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Storie di fuga:
I am a refugee, just a single world. The meaning of the word refugee
can be understood only by those who have heart and are willing to
understand.
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Premessa Nel contesto della Seconda Guerra Mondiale e dell’ormai avviato processo che avrebbe portato, secondo i piani nazisti, alla Endlösung, la “Soluzione Finale”, si decise il destino di milioni di persone. Molte vite, come è stato ampiamente documentato, finirono in quella che Art Spiegelmann, nel suo Maus[1], ha definito “trappola per topi”; molte altre sono riuscite a sottrarsi ad una morte certa fuggendo, cercando di rifugiarsi nei posti e con i mezzi più disparati, imbarcandosi per la Palestina, tentando di filtrare attraverso le strette maglie del controllo nazista, ma anche di quello del governo fascista italiano e di quello collaborazionista francese. Facendo riferimento all’Italia, la decisione di Mussolini e del PNF di ricorrere al cosiddetto “internamento libero”, oltre che alla costituzione di diversi campi di concentramento disseminati, in una prima fase, soprattutto al centro-sud, diede agli ebrei internati, molti dei quali in fuga da stati nel frattempo occupati dalle truppe tedesche, la sensazione di aver trovato una sorta di rifugio, sicuramente duro, restrittivo, “precario”, usando un aggettivo caro a Klaus Voigt, ma che poteva trasmettere addirittura un senso di protezione, negli stessi anni in cui si andava definendo ed attuando in Europa quella che oggi conosciamo come Shoah. Su queste vicende è possibile consultare lo studio di Voigt[2] e, per quel che concerne il nesso tra le vicende internazionali e la storia della Provincia di Vicenza, il lavoro di Paolo Tagini, Le poche cose[3].
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[1]
Spiegelman A., Maus, Einaudi Tascabili, Torino 2000.
Trappola per topi è il titolo del sesto capitolo. [5] Si veda Spinelli A., Il campo di concentramento provinciale di Tonezza del Cimone in Tagini P., cit., pp. 191-226. [6] La famiglia Landman composta da tre persone, non fu deportata, Si veda Tagini P., cit., pp. 227-228 e pp.231-233. [7] Si tratta di 10 ebrei già internati nel vicentino e arrestati durante la fuga in diverse località italiane (Arbisser Raimondo Abramo, Jakobstam Rosabella in Einsig, Schapira Leopoldo e Paolo, Nasch Karl e Nelken Richard, Pokorni Paul, Ulmann Ruth e Ulmann Fanny, Zausmer Irene); 2 ebrei, Wald Schachone e Peisach, padre e figlio, già internati a Roana, fuggiti a sud, arrestati e uccisi alle Fosse Ardeatine; Steinlauf Leon internato a Valli del Pasubio, entrato nelle file partigiane dopo l’armistizio e ucciso nell’aprile del 1945 da fascisti. Gli unici sopravvissuti, non solo dei 13 ebrei qui citati, ma di tutti gli ebrei già internati in provincia di Vicenza e poi deportati, furono Arbisser e Zausmer. Due soli sopravvissuti, quindi, su 55 deportati (il 3,63%). [8] Si consulti la sezione Giusti del sito www.dalrifugioallinganno.it. Si veda anche Gutman I., Rivlin B. (a cura di ), I giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945, Mondadori, Milano 2006. [9] Gruber R., Haven: the dramatic story of 1000 World War II refugees and how they came to America, Three river press, New York 2000 (edizione rivista e aggiornata). [10] Gruber R., cit., capitolo 2. Si vedano i riferimenti ai cablogrammi dell’8 agosto 1942 (p. 17), nonché ai cablogrammi 482 e 354 del gennaio e febbraio 1943 (p. 18-19).
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