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Storie di fuga:
da Vicenza agli Stati Uniti

I am a refugee, just a single world. The meaning of the word refugee can be understood only by those who have heart and are willing to understand.
Dolly Sochaczewska - polacca, rifugiata, salpata da Napoli sulla Henry Gibbins

 

Il viaggio

 

Al di là dell’organizzazione dei primi giorni e dell’individuazione delle regole di vita sulla nave, il racconto del viaggio fatto da Ruth Gruber nel suo libro Haven si sofferma soprattutto su alcuni aspetti chiave della permanenza sulla Henry Gibbins:

-         la quotidianità (il cibo e la sistemazione, le lezioni di inglese, le performance musicali e così via)

-         i primi attimi di terrore vissuti a causa di un incursione area dei tedeschi (pag. 79-84) e di un attacco degli U-Boat (pag. 95-97)

-         le necessità e i sogni degli internati, tra cui emergono con prepotenza il desiderio di avere più particolari sulla destinazione, sull’ospitalità, sulla possibilità di andare a scuola

-         le tensioni presenti sia tra gli ebrei, sia tra i soldati americani

-         la raccolta delle testimonianze dei rifugiati.

 

Quest’ultimo punto ci sembra tra i più importanti perché permette di conoscere le storie dei rifugiati, tutte diverse, ma tutte accomunate dalla fuga dinanzi all’orrore della persecuzione nazista.

 Dolly Sochaczewska, una rifugiata polacca di 44 anni, si sfoga con Ruth Gruber:

 “I am a refugee, just a single world. The meaning of the word refugee can be understood only by those who have heart and are willing to understand.

 “Sono una rifugiata, solamente una singola parola. Il significato della parola rifugiato può essere capito solo da coloro che hanno cuore e hanno la volontà di capire.”

 Un giorno, dopo la lezione d’inglese, Dolly approccia Ruth: “Sono stanca ora, ma devo parlare con te quando sarò più riposata, quando il mio cuore smetterà di battere così forte. Tu sei la nostra testimone. Tu sei la nostra speranza nella nuova terra. Posso vederti più tardi?” 

Nel tardo pomeriggio Dolly e Ruth si rincontrano. “Sono sola – comincia Dolly. Appartengo alle displaced persons (profughi). Non c’è nessuna strada per tornare al mio paese. Questo è il motivo per cui ho bisogno di parlare con te. Devo continuare la mia vita. Fino ad ora non ho potuto parlare con nessuno. Appena prima del nostro arrivo sulla nave, ho saputo che tutta la mia famiglia, genitori, tre sorelle, tre fratelli, e il mio fidanzato, sono stati assassinati – prima torturati, poi uccisi. La Polonia, la mia fuga, la mia vita in prigione, poi in un campo di concentramento – non dimenticherò mai queste cose. Ma sono sorpresa di che tipo di scherzo mi ha tirato il destino. In tutti i luoghi in cui siamo stati bombardati, ho provato ad aiutare gli altri. Volevo aiutare coloro che aiutano la vita. Ma non potevo parlare della mia vita senza aprire le ferite, senza strappar via le croste. La mia vita è una ferita aperta.”

 Ruth cerca le parole adatte per mostrarle vicinanza e comprensione, ma Dolly la ferma: “No, non parlare. Mi hai aiutata – semplicemente ascoltandomi.”

 

(Da Ruth Gruber, Haven, pag. 111-112)

 

Le storie raccolte da Ruth Gruber (*) sulla Henry Gibbins

Had I heard enough for today? Could I absorb any more?

Ruth Gruber

 

- La storia di Abe Furmanski (pag. 70-72)

- La storia di Henry Macliach (pag. 72-74)

- La storia di Samuel Silberman (pag. 74-76)

- La storia di Mathilda Nitsch (pag. 76-78)

- La storia di Olga Maurer (pag. 85-87

 


-   La storia di Elia Montiljo (pag. 115)

 

(*) (Gruber, Ruth, Haven. The dramatic story of 1000 World War II refugees and how they came to America, Three River Press, New York 2000)

 

 

 


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