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Il campo di concentramento
di Tonezza del Cimone


- La storia -

 

1. L’entrata in guerra dell’Italia e l’istituzione di campi di concentramento.

 

La storia della Provincia di Vicenza durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale si intreccia inevitabilmente con gli avvenimenti nazionali e internazionali, anche per quel che concerne la creazione di campi di concentramento.

In particolar modo, l’internamento coatto nei comuni vicentini di un alto numero di ebrei tra la seconda metà del 1941 e  l’8 settembre del 1943 e la creazione del campo di concentramento provinciale di Tonezza del Cimone (dicembre 1943) inseriscono la Provincia di Vicenza in quel processo che ebbe i propri gangli vitali in Germania, ma che vide la partecipazione attiva ed autonoma del governo fascista italiano, prima attraverso la discriminazione e la persecuzione dei diritti, poi con la decisione di internare e deportare gli ebrei, decretando il terribile destino di milioni di vite sperse e annientate dalla macchina della morte nazi-fascista nel cuore dell’Europa moderna.

La Provincia di Vicenza è legata alla Shoah proprio attraverso le storie di chi, raggiunta l’Italia nella speranza di poter trovare un rifugio dalla condanna senz’appello dichiarata dai fascismi agli ebrei, si rese conto che l’apparato discriminatorio e razzista dell’Italia sarebbe passato dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite. Fu così che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nell’Italia settentrionale furono creati nuovi campi di concentramento per internare quegli ebrei che finirono piombati sui treni diretti in Polonia. Tra quei campi, c’era la Colonia Umberto I di Tonezza del Cimone dove furono tenute prigioniere 45 persone dal destino segnato: 42 di loro, caricate sul convoglio n° 6 del 30 gennaio 1944, furono portate ad Auschwitz senza fare più ritorno.

 

Il processo va analizzato a fondo, richiamando le tappe fondamentali che portarono alla creazione del campo provinciale di Tonezza.

 

Dopo aver promosso una forte propaganda antisemita e aver approvato le leggi razziali del 1938, col passare del tempo e con l’avvicinarsi dell’ingresso dell’Italia in guerra, la politica di Benito Mussolini e del suo governo nei confronti degli ebrei si andò delineando con sempre maggiore chiarezza. Emblematico a questo proposito il telegramma del 26 maggio del 1940 che Guido Buffarini Guidi, sottosegretario di stato al Ministero dell’Interno, inviò al capo della polizia Arturo Bocchini. Si trattò di un primo essenziale passo verso un ulteriore restringimento dei diritti degli ebrei:

 

Il Duce desidera che si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra .Ti prego di riferire direttament[1]

 

In realtà, i problemi maggiori nacquero a seguito della conquista della Jugoslavia, aggredita con un attacco congiunto italo-tedesco il 6 aprile 1941. L’Italia occupò la striscia costiera croata, con alcune isole a sud-est di Fiume, la metà meridionale della Slovenia e gran parte della costa dalmata e delle isole di fronte ad essa. La situazione per il governo italiano si fece difficile, dovendo esso controllare imponenti flussi di ebrei in fuga dalle zone assoggettate al comando militare tedesco. Così, l’11 agosto 1941, con circolare telegrafica n° 60662/442, il Ministero dell’Interno invitò gli Ispettorati Generali di Pubblica Sicurezza  ad attivarsi nella ricerca di luoghi da adibire a campi di concentramento per internati della Dalmazia.

L’8 settembre 1941 giunse la risposta della Prefettura di Vicenza, tramite una raccomandata urgente in cui venivano individuati dei luoghi idonei a tale scopo. Si trattava in particolare di stabili presenti nei Comuni di Dueville, Lugo e Lonigo.

Per il primo comune veniva  indicata

“la villa Perazzolo, costituita da un corpo centrale e due laterali; il primo è formato da un gran salone delle dimensioni di m. 13 x 18 con due camere a lato per parte, della grandezza di m. 5 x 6. – Ha un piano soprastante composto di quattro ambienti di m. 5 x 6 ciascuno. I due corpi laterali sono formati da due piani aventi complessivamente otto vani delle dimensioni di m. 6 x 6 ciascuno. Esistono acqua, luce e gabinetti di decenza e bagno. La cucina è unica e trovasi al pianoterra. – Ha una capienza di 200 persone. Trattasi, però, di una villa signorile, in buone condizioni, dichiarata monumento nazionale, essendo opera del Palladio.”

 

 

 

  

 

Con la stessa precisione venivano individuati a Lonigo

 

“due fabbricati, già adibiti ad uso industriale (lavorazione di bottoni il primo e dei bozzoli il secondo). L’ex bottonificio è costituito da tre cameroni, il primo di m. 43 x 8,80 capacità 80 persone, il secondo di m. 13,60 x 10,80, capacità 21 persone, il terzo di m. 13.80 x 8,75, capacità 24 persone. I cameroni sono coperti con mattoni sostenuti da copriate, tetto così detto a schiena d’asino. Sono forniti di luce e finestre verso opificio. Si trovano al primo piano. Nella corte a piano terra esistono due cessi ed acqua. Vi è anche una cucina. L’ex galletteria (lavorazione bozzoli), in parte anche ora adibita a tale uso, è costituita da due cameroni di m. 20 x 10 ciascuno e capace ognuno di 60 persone e da un terzo camerone a secondo piano di m. 10 x 10, capace di 18 persone. I cameroni sono forniti di luce. Al primo piano vi sono due cessi. L’acqua è al piano terra.”

 

A Lugo Vicentino fu segnalata

 

“la casa di proprietà di Lanaro, fabbricato isolato e composto del piano terra e primo piano. Al piano terra, con ingresso a parte, vi sono: una sala con tre finestre della grandezza di m. 6 x 8, una camera con due finestre della grandezza di m. 5,70 x 5,50; altra camera delle dimensioni di m. 4 x 5, un ambiente della grandezza di m. 4,50 x 2,70 e la cucina. Esiste pure altra sala delle dimensioni di m. 8 x 4,20 con ingresso proprio. Al primo piano, pure con accesso separato, vi è un corridoio lungo m. 15,70 che disimpegna 5 vani di ampiezza di m. 5 x 5. –Esiste pure altra cucina. Lo stabile è fornito d’acqua e luce ed è in buono stato. È circondato da un ampio appezzamento uso cortile, dove esistono due cessi, alquanto lontani dal fabbricato. La capienza è di 80 persone.”  [2]

 

Complessivamente venivano offerti 483 posti per l’internamento di ebrei. Nella realtà passò del tempo senza che gli stabili descritti fossero utilizzati, anche perché, dopo poco, non risultavano più disponibili dato che nella villa Perazzolo di Dueville si insediò la Società Generale di Assicurazioni per trasferirivi la sede di Milano, la casa di proprietà Lanaro di Lugo venne occupata dal proprietario e gli altri due stabili di Lonigo furono utilizzati per l’accantonamento di truppe.

Nel frattempo le necessità della guerra e l’internamento di centinaia di ebrei resero difficile il reperimento di luoghi adattabili a campi di concentramento. Il 19 febbraio del 1943, in risposta ad una nuova circolare del Ministero dell’Interno datata 22 gennaio, la Prefettura di Vicenza, pur dichiarando che “a causa di numerosi accantonamenti di truppe non vi sono attualmente disponibili stabili idonei ad essere utilizzati per campi di concentramento”, segnalava altri luoghi utili a Dueville e a Sandrigo. Nel primo caso veniva indicata, in frazione Povolaro, una casa di proprietà dei fratelli Marchioro con una capacità di una trentina di persone, mentre a Sandrigo si pensò di segnalare uno stanzone della ditta Antonio Pozzato, “attualmente adibito a fienile (…) un unico locale di m. 70 x 5, con 18 finestre, sprovviste però di infissi e di vetri [3].

 

2. La Repubblica Sociale Italiana e l’ordine di polizia n° 5.

 

La svolta che vide la Provincia di Vicenza tra le province italiane ad annoverare la presenza di un campo di concentramento si ebbe soltanto dopo l’armistizio e la nascita della Repubblica Sociale Italiana.  In questo caso la destinazione d’uso fu decisamente diversa, dato che si trattava di internare gli ebrei con lo scopo preciso di deportarli in un secondo momento.

 

L’armistizio con gli Alleati, annunciato l’8 settembre 1943, ebbe per l’Italia gravi conseguenze politiche e militari e per gli ebrei stranieri presenti sul territorio fu il segno di un tragico cambiamento. A quella data, infatti, ben 10.000 ebrei stranieri si trovavano sotto l’occupazione tedesca, ossia quasi un quarto di tutti gli ebrei e delle persone di origine ebraica colpite dalla politica razziale che si trovavano in Italia. Per quanto riguarda in modo più specifico gli ebrei internati nei comuni, nella sola Italia settentrionale se ne contavano tra i 2500 e i 2600 al cospetto di una cifra oscillante tra i 1000 e i 1100 nell’Italia centrale.

Il repentino mutamento della situazione internazionale ebbe una ripercussione incommensurabile sugli ebrei internati in Provincia di Vicenza, che, consci delle conseguenze della supremazia tedesca, non appena ne ebbero l’opportunità,  tentarono la fuga.

In effetti, come in tutti i paesi occupati dalla Wermacht, anche in Italia venne creato un apparato di polizia che riceveva ordini direttamente dall’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich. L'organo burocratico direttamente responsabile della politica antiebraica era l'Ufficio IV (AMT IV) del RSHA, diretto a Berli­no dal Gruppenfuhrer Heinrich Muller. In questo Ufficio IV agivano vari sottouffici, fra i quali il B4 che si occupava della ricerca degli ebrei, della loro cattura e deportazione. Ne era capo Adolf Eichmann.

Per quanto riguarda l’Italia, a Karl Wolff, Comandante supremo delle SS e della polizia fu sottoposto, come Capo della Polizia di Sicurezza, Wilhelm Harster che si mosse subito dopo l'annuncio dell'armistizio, predisponendo una rete di Comandi Regionali (Kom­mandeure Sipo-SD), da cui dipendevano i Comandi Avanzati (Aussenkommandos), una sorta di commissariati, ai quali, a loro volta, rispondevano i Posti Avanzati (Aussenposten), ossia dei piccoli comandi periferici. Il Posto avanzato di Vicenza era direttamente sottoposto al Comando Regionale di Verona. [4]

 

Il 23 settembre del 1943 nasceva il nuovo governo fascista che, tra i suoi primi atti, emanò alcuni provvedimenti tesi all’inasprimento dell’azione antiebraica. Determinante fu la decisione, presa in piena autonomia, di inserire tra i 18 articoli del documento programmatico della “Carta di Verona” (14 novembre), il punto 7 in cui si diceva chiaramente che “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guer­ra appartengono a nazionalità nemica”.

Due settimane più tardi, il 30 no­vembre, il Ministro degli Interni dispose - con l'ordinanza di polizia n. 5 - l'arresto e l'internamento degli ebrei, nonché il sequestro dei loro beni:

1) Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni mobili e immobili devo­no essere sottoposti a immediato sequestro in attesa di essere confiscati nell'inte­resse della RSI, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.

2) Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero, in applicazione del­ le leggi razziali vigenti, il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana, deb­bono essere sottoposti a speciale vigilanza dagli organi di polizia.

3) Siano pertanto concentrati gli ebrei in campo di concentramento provin­ciale, in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali apposita­mente attrezzati». [5]

 

A partire dal 1° di­cembre 1943, dunque, ogni ebreo che si trovasse sul territorio della Repubblica Sociale poteva essere arrestato da parte delle autorità italiane per poi venire internato in campi di concentramento provinciali. Anche la Provincia di Vicenza dovette rispondere all’ordine, cercando e preparando dei luoghi idonei a concentrare gli ebrei in attesa di ulteriori disposizioni sul loro destino.

La maggior parte dei campi presenti nell’Italia del Centro-nord ebbe una vita brevissima (al massimo dal dicembre del 1943 alla metà di agosto del 1944), dato che quasi tutti gli internati furono utilizzati per formare il convoglio partito da Milano il 30 gennaio 1944 alla volta di Auschwitz.  

            In Veneto si ha notizia di diversi campi di concentramento provinciali:

Ø   per le Province di Padova e Rovigo venne istituito un campo, a partire dal 3 dicembre, a Villa Contarini-Venier nel comune di Vò Vecchio in una casa estiva delle suore elisabettiane. Fu chiuso il 17 luglio successivo e i prigionieri furono trasferiti a San Sabba;

Ø   in Provincia di Venezia, gli ebrei furono sistemati nella locale Casa di Riposo Israelitica, dalla prima settimana di dicembre fino al 31 dicembre 1943;

Ø   in Provincia di Verona, in un edificio di via Pallone;

Ø   in Provincia di Vicenza, nella Colonia Umberto I di Tonezza, aperta dal 20 dicembre del 1943 al 30 gennaio del 1944, quando tutti gli ebrei furono deportati.

 

Di norma, le persone che venivano arrestate erano portate prima nelle camere di sicurezza delle questure per gli accertamenti di rito. In questura potevano rimanere anche qualche giorno se i campi provinciali non erano pronti. A Vicenza, per questi motivi, fu usato il Teatro Olimpico.

    

­3. La ricerca di un campo di concentramento provinciale.

 

In Provincia di Vicenza, i primi giorni dopo l’ordine di polizia n° 5 furono caratterizzati da una certa frenesia, dovendo assicurare nel più breve tempo possibile la costituzione di un campo. La Prefettura, muovendosi in tutte le direzioni, comunicò a più riprese gli esiti delle proprie ricerche al Ministero dell’Interno.

 

            In realtà, le prime indicazioni non portavano soltanto a Tonezza, ma anche ad Enego. Attraverso il telegramma n° 57800 del 14 dicembre del 1943, inviato alle ore 21.30 dal Ministero al Capo della Provincia di Vicenza [6], è possibile risalire agli eventi di quei giorni:

Casella di testo: Ministero intenderebbe adibire at campo concentramento fabbricati “Villa S. Antonio” et “Casa del maestro” comune Enego proprietà rispettivamente padri Giuseppini di Roma et ente Vittorio Emanuele di Firenze che, secondo notizie pervenute, potrebbero ospitare duecentocinquanta internati punto Pregasi disporre urgentissimi accertamenti con collaborazione codesto ufficio Genio Civile per stabilire entità et durata lavori adattamento detti stabili et svolgere necessarie pratiche con proprietari per eventuale destinazione et affitto locali stessi punto Si prega riferire telegrafo.
 
Pel Ministro Tamburini
 

 

 

Gli accertamenti vennero eseguiti in tempi relativamente rapidi e il 7 gennaio del 1944, da Valdagno, l’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza, il dott. Beniamino Roselli, inviò una lettera urgentissima al Capo della Polizia[7], in cui, rispondendo ad una richiesta del 2 gennaio, si soffermava sulle strutture individuate ad Enego e le descriveva nei particolari. Si trattava di ben 4 stabili: le già citate Casa del Maestro, detta anche Villa Adua, e Villa S. Antonio e due alberghi, il S. Marco e il 3 Pini.

 

La Casa del Maestro, confinante con i fabbricati del Preventorio della Croce Rossa Italiana, era di proprietà dell’ente Vittorio Emanuele III presso il Provveditorato agli Studi di Venezia e veniva affittata alla stessa Croce Rossa che vi ospitava dei bambini durante il periodo estivo. La struttura, “in ottime condizioni di conservazione e manutenzione”, aveva già a disposizione 60 posti letto, anche se necessitava di alcuni lavori per l’ammontare di £. 25.000, soprattutto per quanto riguardava l’installazione di stufe e la sistemazione della recinzione in ferro. Lo stesso Roselli consigliava di adibire la Casa, “più che ad un campo di concentramento (…) ad alloggiare persone di riguardo” e informava che aveva già avviato i contatti con il Presidente del Comitato della Croce Rossa di Venezia, il dott. Giocondo Protti, per la cessione dello stabile.

 

La Villa S. Antonio, proprietà dei Padri Giuseppini, comprendeva 31 locali, 1 cucina, 6 gabinetti e 2 bagni e poteva arrivare ad ospitare 90 persone. Anche in questo caso si segnalava la necessità di sistemare lo stabile, in quanto erano presenti solo 37 letti con 32 materassi, e di provvedere all’acquisto di 10 stufe, alla costruzione di un’adeguata recinzione, di ulteriori quattro gabinetti e tre docce, alla fornitura di uno scaldabagno a legna, alla revisione degli impianti igienici. La spesa prevista ammontava a £. 50.000.  Andava considerato, inoltre, che di solito la Villa veniva data in locazione alla Croce Rossa per £. 2000 mensili e che quindi, una volta requisita per trasformarla in un campo di concentramento, si sarebbe dovuto comunque versare quei soldi all’Amministrazione.

 

Per quanto riguarda i due alberghi, erano “da considerarsi per l’attrezzatura in genere e per la modestia dell’arredamento e degli ambienti di 3° ordine e non adatti per ospitare persone di riguardo”. In particolare, l’Albergo S. Marco disponeva di 25 camere, oltre ad un piano con 5 camere ed accessori destinato alla famiglia del proprietario, mentre l’Albergo 3 Pini aveva 10 camere, oltre alle 5 occupate dagli esercenti.

 

Nello stesso documento che si sta analizzando, risalta il riferimento all’istituzione di un campo di concentramento a Tonezza del Cimone. In effetti, tutte le strutture individuate ad Enego, pur avendo complessivamente una buona capienza, avevano bisogno di strutturazioni che avrebbero richiesto tempo e ulteriori spese, oltre a diversi passaggi burocratici per i permessi relativi al loro uso. L’urgenza dettata dalla necessità di sistemare gli ebrei nel frattempo arrestati in Provincia di Vicenza convinse il Capo della Provincia ad usare la Colonia Umberto I di Tonezza.

 

3 La Colonia Alpina Umberto I di Tonezza del Cimone: storia di un campo di concentramento.

 

 

 

 

 

 

 

Il 25 aprile del 1899, presso la sede del locale Club Alpino, il dottor Elesbaan Dal Lago propose di celebrare l’anniversario con la costituzione di una colonia alpina per venire incontro alle necessità di bambini e ado­lescenti bisognosi. Allo scopo si costituì un gruppo presieduto dal conte Guardino Colleoni e sostenuto dal vicepresidente Giuseppe Roi, dallo stesso Dal Lago, in qualità di medico, da Giovanni Curti, cassiere, e da Angelo Valmarana nelle vesti  di segretario.

I medici condotti di Vicenza collaborarono con il dottor Dal Lago per la individuazione dei bambini da avviare al soggiorno climatico che così veniva presentato: “in una conca erbosa (...) la casa Pettinà, detta il Palazzon (...) all’altezza di 1100 metri, discosta dal villaggio, vicina ad una fonte di acqua pura, circondata dai prati, non lontana dai boschi, la nostra residenza presentava tutti gli elementi che si potevano richiedere per un’ottima cura alpina”.

 

 



Un anno dopo, il 29 luglio del 1900, l’anarchico Gaetano Bresci uccise in un attentato il re Umberto I. Il presi­dente Colleoni pubblicò per l’occasione un mani­festo per conto della Colonia alpina che “d'or innanzi, in omaggio alla Sua venerata memoria, (…) si denominerà: Colonia Alpina “Umberto l” - Vicenza. (…)”.

 

A seguito dell’insorgenza di problemi relativi soprattutto alla diffusione di malattie infettive, il marchese Roi pensò fosse arrivato il momento di costruire un nuovo stabile. Nel 1911 il Marchese e il conte Angelo di Valmarana decisero, così, di donare dei terreni e dei fabbricati per la costruzione della nuova colonia: “due fabbricati posti in comune di Forni, frazione di Tonezza, località Croce della Casara, con terreni adiacenti coltivati a bosco e pascolo (…) con relativa strada di accesso”.

 

Distrutta durante la Prima Guerra Mondiale e ristrutturata, il presidente Roi ne annunciò la riapertura nel 1920, facendola tornare al suo normale funzionamento e ospitando, durante il periodo fascista, fino a 200 ragazzi e ragazze all’anno.
 

Con la nascita della RSI, la Colonia si trovò al centro di una serie di decisioni che avrebbero cambiato per sempre la sua storia: il 10 dicembre di quell’anno il Prefetto comunicò al presidente Roi che i locali della Colonia sarebbero stati requisiti temporaneamente per concentrarvi degli ebrei. Quello stesso giorno, i prime ebrei vennero arrestati dalle forze dell’ordine italiane. Roi si rivolse con due lettere,il 16 e il 22 dicembre, pregando di recedere dalla decisione in maniera che lo stabile potesse continuare a mantenere le sue funzioni. Purtroppo, come riportano i verbali, “l’interessamento del Presidente non riuscì a conseguire il desiderato effetto e la sede della Colonia Alpina venne occupata per il concentramento degli ebrei.”[8]

Il campo venne aperto ufficialmente il 20 dicembre. Tre giorni dopo arrivarono da Arsiero col camion di Gniola (Giuseppe Fontana fu Domenico)[9] 45 ebrei accompagnati da 5 carabinieri.

 

.           Dai documenti conservati presso il Comune di Tonezza si ricavano importanti conferme. Il 23 dicembre il direttore del campo, Maggiore Silvio Toniolo, prese in consegna la Colonia con tutto il “materiale destinato al funzionamento del Campo di Concentramento”. Sappiamo che la gestione dei campi di concentramento spettava al Ministero dell’Interno che la delegava alle Prefetture; queste amministra­vano i fondi accreditati dalla Ragioneria Centrale del Ministero dell'Inter­no su ordine dello stesso ministro. Alla direzione dei rispettivi campi veni­vano preposti dei funzionari di Pubblica Sicurezza oppure i Podestà dei comuni di appartenenza o, ancora, degli incaricati ad hoc, proposti dalle prefetture al Ministero. Nel caso di Tonezza la direzione venne affidata, appunto, ad un funzionario di Pubblica Sicurezza.

 
 

Appena giunti alla Colonia, gli internati furono visitati dal dott. Alessandro Magaraggia che, in data 25 dicembre 1943, approntò la “posta ammalati bisognosi di supplementi”. La situazione apparve subito non facile, dato che la maggior parte degli arrestati era rappresentata da anziani e bambini che presentavano quadri medici molto variegati e delicati. Il medico chiese espressamente dei supplementi alimentari (burro, riso, latte e zucchero), tenuto conto dello stato di salute di ciascuno di loro[10].

Quello appena citato è uno dei due documenti esistenti, oltre all’elenco degli ebrei di Tonezza deportati ad Auschwitz, che può  confermare i nomi di alcuni degli ebrei internati.

Si tratta di Giannina Benvenisti, Ludovico Braum, Renata Geltner, Walter Dannenbaum, Jakob Schatz, Menasse Stabholz, Bernardo Cszopp, Enrica Rubinfeld, Marina Eskenasi, Rita Baruch.  Il documento riporta anche i nomi di due donne, Editta ed Elena Lindner, che allo stato attuale della ricerca, non risultano né tra gli internati della Provincia di Vicenza né nell’elenco dei deportati. 

 

 

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NOTE

 

[1] ACS, MI, M4, b. 100. Il documento è riprodotto in R. Bonavita, G. Gabrieli, R. Ropa (a cura di), L’offesa della razza. Razzismo e antisemitismo dell’Italia fascista, Patron Editore, Bologna 2005, pag. 136.

[2] ACS, MI, M4, b. 149, Vicenza, ins. 73

[3] ACS, MI, M4, b. 111.

[4] Per avere un quadro completo delle strutture di occupazione tedesche in Italia si veda Picciotto Liliana, Il libro della Memoria, Milano, Mursia 2002 (seconda edizione), pagg. 858-866.

[5] MI, DGDR (Direzione Generale della Demografia e della Razza), affari relativi agli ebrei, b. 18. Si tratta dell’Agenzia Stefani n°8  delle ore 23 del 30 novembre 1943.

[6] ACS, MI, M4, Mobilitazione Civile, b. 138, f. 16 Campi di concentramento, s.f. 2 Affari per Provincia, ins. 43 Vicenza.

[7] ACS, MI, M4, b. 111

[8] La sintesi della storia della Colonia fin qui presentata fa riferimento alle prime 50 pagine del libro di Ranzolin Antonio (a cura di), Un’azione umanitaria: la Colonia alpina Umberto I di Vicenza, Vicenza 2000 (Sandrigo – Grafiche Urbani). Pubblicato in occasione del centesimo anniversario della fondazione dell’istituzione. Le notizie riguardanti in particolare la requisizione della Colonia affinché fosse destinata a campo di concentramento sono presenti a pagina 45.

[9] Archivio Comunale di Tonezza, Rendiconto della gestione del campo concentramento ebrei Tonezza, pag. 3, fattura del 31 gennaio 1944 a nome di Fontana Giuseppe, Trasporto ebrei a Tonezza.
Il nome dell’autista e il numero degli ebrei e dei carabinieri si trovano anche in Marcazzan Giuseppe, Tonezza mia, 1999, pag. 143. Sul frontespizio del libro: Supplemento a Tonezza, dicembre 1999
.

[10] Così come da comunicato del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste del 16 luglio del 1943, oggetto: trattamento alimentare internati civili (rastrellati), in ACS, MI, M4, b. 106, f. 16, s.f. 1, ins. 24/7.